intervista Roberto Fagioli

Roberto Fagioli agronomo

intervistato dal giornalista Roberto Castellucci

Verde urbano? Per l’agronomo Roberto Fagioli è questione di cultura

 

Roberto Fagioli, originario di Ladispoli, agronomo di formazione universitaria, ramo forestale, ma, anche, architetto paesaggista, esperto in diritto e legislazione dell’ambiente e nella gestione della fauna selvatica. E tanto altro…

Curiosità preventiva del redattore: che cosa fa un architetto paesaggista?

«È l’esperto nella progettazione del verde sia in ambito urbano che extraurbano, comprendendo, per esempio, anche il recupero del paesaggio, la riqualificazione di aree abbandonate e il miglioramento estetico e di fruizione delle aree».

Quindi… non “fa” solo l’architetto, ma deve essere esperto anche di altre materie per essere efficiente…

«Certo, storia, urbanistica, diritto, geologia, ecologia, economia…».

E il diritto, perché?

«Il diritto dell’ambiente è la branca del diritto che disciplina la tutela e la conservazione delle risorse naturali e dell’ecosistema. A livello italiano ed europeo, la materia è in continua evoluzione, integrandosi profondamente con le politiche di transizione ecologica e di sviluppo sostenibile».

Un esempio?

«Si occupa dell’inquinamento ambientale, della gestione dei rifiuti, della tutela della fauna».

A proposito di raccolta di rifiuti in Italia…

«È molto differenziata perché, con una battuta, ogni comune italiano adotta delle sue regole particolari. Per esempio, a Roma la raccolta differenziata non viene fatta in tutti i quartieri, a differenza di Cerveteri o Ladispoli… E non è un problema dimensionale, quanto di scelte politiche fatte in sede amministrativa».

Non solo, mi pare di capire…

«Sì, la raccolta in una città come Roma è difficile da gestire, ma non impossibile, è che bisognerebbe fare un salto culturale non da poco, adottando le filiere di riciclo in modo più serio».

Quando si è appassionato alla natura?

«Sin da piccolissimo. I miei genitori, romani, si sono trasferiti a Ladispoli appena sono nato e da quel momento, avendo qui mare, collina, boschi, animali…».

Quali sono le piante più adatte a questo territorio?

«È una domanda troppo generica, andrebbero innanzitutto distinti gli arbusti dagli alberi e poi anche distinte in base alla vicinanza al mare. Comunque, le piante sono soggette, per esempio, all’aerosol marino, mix di sale e di tensoattivi (scarichi dei detersivi, ndr). Questa combinazione chimica scioglie la protezione delle foglie e fa seccare le piante».

Alcune però sopravvivono…

«Certo, alcune piante resistono alla vicinanza del mare aiutandosi con la morfologia della foglia: un esempio è il pitosforo, che ha la foglia dura e cerata, per cui le sostanze chimiche scivolano inermi».

E nel Consorzio di Marina di San Nicola?

«Beh, qui superata via Saturno, allontanandosi dal mare, attecchisce qualunque pianta e il vero problema diventa la siccità».

Quali sono, nel Consorzio citato, le variabili di cui tener conto per avere delle piante sane?

«Le variabili da considerare per un buon impianto arboreo sono il clima, la presenza di sale, la distanza dal mare, lo spazio a disposizione sia per la chioma sia per le radici e la disponibilità di acqua, che nel Consorzio non è un problema».

Una domanda scomoda, lei si interessa anche dell’economia delle aziende agricole, quali sono i vincoli attuali?

«Sì, mi occupo della programmazione nel settore agroalimentare – coltivazioni, stalle, agriturismo, fienili – anche dal punto di vista economico, però oggi c’è un grande limite progettuale, commerciale e anche culturale: la mancanza di un progetto di marketing è la carenza principale e la chiave di un obiettivo economico soddisfacente. Una volta il valore aggiunto era il prodotto, oggi conta invece la promozione, persino in vista del prezzo futuro. Ecco perché è importante la figura del consorzio agrario, che con una vasta gamma di prodotti riesca a sopravvivere alle crisi del raccolto di un bene particolare. Spesso oltre alle logiche pubblicitarie contano quelle finanziarie, fiscali e addirittura comunitarie. A volte un bene sul mercato viene pagato meno di quanto costa raccoglierlo e allora i produttori preferiscono interrare la produzione».

Qual è la domanda che le pongono più spesso?

«La domanda più frequente è se gli alberi siano pericolosi per il rischio di caduta; c’è una fobia incredibile in questo momento storico, ingiustificata ma fomentata dal giornalismo sensazionalistico. Un falso convincimento è che sia il pino l’albero per il quale ci sono maggiori richieste di risarcimento per danni da caduta e invece, su Roma, è il platano, i piccoli rami del quale cadendo danneggiano i parabrezza delle auto».

Il pino però resta imputato…

«Le probabilità che cada un pino sono minime e tra le più basse nel mondo. Certo se gli tagli le radici per costruire un muro di contenimento, una strada o un marciapiede, e fai questo ogni dieci anni, prima o poi cadrà».

Ha un suo sogno professionale segreto?

«Mi piacerebbe che l’Italia riacquistasse la cultura per il verde urbano, persa da qualche secolo. Come non ricordare i giardini rinascimentali italiani che facevano scuola in tutto il mondo? I giardini oggi non sono considerati un bene, ma un costo, eppure fanno bene alla salute dei cittadini. Danno ossigeno, trattengono il terreno laddove si cementifica troppo, abbassano la temperatura, migliorano la condizione psicologica dei residenti. Però l’ossigeno non si mangia, non si tocca e non si vende e quindi non genera interesse economico (si consuma ma non è consumistico, ndr). Scommette che se un pino aumentasse la ricezione dei cellulari, allora tutti lo pianterebbero e lo curerebbero?».

Come pensa che si potrebbe risolvere questo problema?

«Occorre cambiare la mentalità dei politici, facendo capire loro che la redditività delle piante non è immediata ma che nel lungo periodo producono benessere. Per far crescere un albero di alto fusto occorrono 20 anni e ciò mal si combina con i tempi dei politici, che richiedono consensi e voti immediati».

Anche gli alberi hanno i loro cicli di vita?

«Certo, ed è influenzato dal sito di impianto, per esempio in una via cittadina pavimentata e trafficata non possiamo aspettarci che gli alberi diventino secolari! Se c’è poco spazio per il loro sviluppo, non si possono piantare, per esempio, i pini, che se in natura possono campare anche 300 anni, in città arrivano a malapena a 100. Poi scrivono (i giornalisti, ndr) che viene la psicosi da caduta dei pini per cui gli amministratori delle città, anche per non avere responsabilità, ne fanno abbattere in modo sconsiderato e senza motivo».

Chi è che stabilisce se un albero debba essere abbattuto, un politico, un influencer o un agronomo?

«Ho valutato la stabilità di 95mila alberi in 30 anni e seguo in media tre corsi di aggiornamento professionale annualmente – solo nel 2026 ne devo valutare 40000 in vari comuni italiani – ma ogni albero è una cosa a sé, occorre professionalità che si acquisisce sia con lo studio sia con l’esperienza. Certo, un politico potrebbe fare un’analisi costi/benefici ma solo di natura economica e di breve periodo, mentre un influencer potrebbe condizionare, erroneamente se non ben qualificato, i suoi followers sui social. E la stessa intelligenza artificiale potrebbe fruire di filtri probabilistici troppo sterili e sicuramente poco su misura perché non basati sull’esperienza diretta umana. Ogni albero è un caso a sé, anche quelli situati nello stesso filare arborato».

Non per fare polemica, ma che ne pensa della situazione dei pini del chilometro 36 della Via Aurelia, nella zona di Palo Laziale?

«Purtroppo, sono destinati a morire tutti perché non sono stati curati dalla cocciniglia tartaruga. Eppure, un decreto ministeriale del 2021 obbliga sia il settore pubblico che quello privato a curare i pini da questa infestazione, pena sanzioni pecuniarie da 3mila € in su. Il problema è stato segnalato in tutti i modi ma ci sono interessi affinché i pini muoiano».

E allora perché non interviene nessuno?

«Perché i “gestori” delle alberature e chi tutela il bene paesaggistico, competenti per legge, in quel tratto di strada non hanno mostrato interesse alla tutela di alberi che hanno 160 anni e sono cartografati come bene paesaggistico».

Motivi economici?

«No, mancanza di cultura. Pensi che con il progetto “Ossigeno” la Regione Lazio eroga 2.8 milioni di euro l’anno per il rimboschimento, con i quali gli Amministratori locali piantano tanti alberi ma poi… non vengono innaffiati e così si seccano dopo pochi mesi! Eppure, sui grandi numeri basterebbero 50 € l’anno per salvare un pino, a fronte di 2000 € per abbatterlo…».

“Il bello del giardinaggio: le mani nello sporco, la testa baciata dal sole, il cuore vicino alla natura. Coltivare un giardino non significa nutrire solo il corpo, ma anche l’anima” (Alfred Austin 1835 – 1913, poeta inglese).

Roberto Castellucci