
Bruno Amatucci un calcio al… calcio!

All’indomani della pesante sconfitta della Nazionale di calcio italiana con la Norvegia per 3 a 0, ipotecata seriamente per la terza volta consecutiva l’eliminazione alle qualificazioni per i campionati mondiali, incontriamo Bruno Amatucci nella sua casetta sannicolese immersa nel verde marittimo della macchia mediterranea. Il motivo? Parlare della suddetta sconfitta ma, anche, di calcio in generale con un esperto non solo del gioco ma, anche, del processo comunicativo annesso al fenomeno.
Bruno Amatucci non avrebbe bisogno di presentazioni, dato il curriculum di plurilaureato, plurititolato e pluriprofessionista, ma mi è gradito ricordarlo come l’autore della entusiastica definizione “Lo scrigno del Tirreno”, riferita a Marina di San Nicola.
Prima di continuare voglio anche ricordare ai lettori quanto ha scritto il grande Roberto Renga nel suo “Ho ballato con Mandela” (Absolutely Free Editore, 2010) a proposito del Campionato mondiale di calcio del 1982.
Esattamente, a pagina 56, l’autore scrive testualmente: “Ho saputo recentemente nome e cognome dell’uomo che convinse Enzo Bearzot (commissario tecnico della Nazionale, ndr) a far marcare Maradona e Zico da Claudio Gentile, Bruno Amatucci, inviato dell’Avvenire. Bearzot voleva, come me, Marco Tardelli.
Non so con quali armi segrete Amatucci sia riuscito a circuire il tecnico, ma è sicura una cosa: la mossa, accettata mentre cominciava ad albeggiare, è stata decisiva”. Oreste Del Buono dedicò alla vicenda la prima pagina de “La Stampa”. Si occupò della misteriosa opera di seduzione anche “L’Unità”, il cui direttore chiamò Amatucci per complimentarsi: il giornale dei comunisti che elogia “L’Avvenire”, altro record mondiale! Come è facile capire siamo davanti a un vero fenomeno, anche perché in quei giorni tutti, ma proprio tutti erano contro il nostro commissario tecnico.
Tornando a oggi, una delle virtù che più caratterizzano lo spirito calcistico del personaggio è l’essere tifoso della Lazio, squadra a lungo seguita sia in Tribuna Montemario che nelle trasferte. Ed è proprio da questo aspetto emozionale che iniziamo a porgli domande.

Bruno Amatucci segue ancora le partite della Lazio?
«No, purtroppo non posso più seguire la mia squadra del cuore dalla tribuna per imposizione legislativa. Che ha capito? A causa della legge emanata dalla mia famiglia che non vuole che io vada più sul motorino. Comunque, non vado più allo stadio anche per altri motivi…».
Quali sarebbero gli altri motivi?
«Il calcio è finito, non se ne è accorto?».
In che senso?
«Ci sono diverse cose che non vanno, e a diversi livelli. Cominciamo dalla Nazionale italiana. Ha visto il disastro di ieri? Sa di chi è la colpa? Sicuramente di Luciano Spalletti, al quale rimprovererò sempre non solo di non saper allenare se non squadre piene di fuoriclasse ma anche (incredibile a sentirsi da un aquilotto come il nostro Amatucci, ma questa cosa va anche a suo onore, ndr) perché, da allenatore della Roma, non fece entrare in campo negli ultimi 10 minuti Francesco Totti alla sua ultima partita!
Comunque la colpa non è solo di Spalletti, ma anche della dirigenza, in particolare del presidente della FIGC Gabriele Gravina che, in carica dal 2018 e avendo già “assistito” a due mancate qualificazioni ai mondiali, avrebbe dovuto dimettersi insieme al commissario tecnico, dopo la débâcle della Nazionale di ieri con la Norvegia. Avrebbe potuto, almeno, fare l’atto di presentare le proprie dimissioni al Consiglio federale come hanno fatto tutti i predecessori in condizioni similari per il mancato inserimento alla fase mondiale, specie considerando la sua signorilità».
Le dispiace del licenziamento di Spalletti?
«No, anzi, ma avrei preferito che si fosse concluso con un messaggio ai tifosi italiani tutti sia del commissario tecnico che del presidente».
Bruno Amatucci è un fiume in piena ma riprendiamo il bandolo della matassa precedente. Veniamo alle colpe degli altri partecipanti al fenomeno calcio. Di chi parliamo, ora?
«Prima di riprendere il discorso sul calcio, mi sia consentito di ricordare un bellissimo aforisma di Vittorio Buttafava. “Un professore di filosofia sale in cattedra e, prima di iniziare la lezione, mostra agli studenti un grande foglio bianco con una piccola macchia d’inchiostro nel mezzo. Rivolto gli studenti chiede: < Che cosa vedete qui? >. <Una macchia d’inchiostro>, risponde qualcuno. <Bene – continua il professore – così sono gli uomini, vedono soltanto le macchie, anche le più piccole, e non il grande e stupendo foglio bianco che è la guida>”. In sostanza, non ci dobbiamo fissare sul particolare per cercare di capire l’intero evento. Veniamo ora agli arbitri che, con la VAR e con la televisione, stanno distruggendo il calcio. Mi spiego. Innanzitutto, gli arbitri che scendono condizionati in campo, sentendo la pressione della VAR in caso di errore (Amatucci attribuisce categoricamente il genere femminile alla VAR perché lo ritiene un acronimo italiano, ndr). Veniamo ora al combinato disposto e indisponente della VAR con la televisione. Sa perché il mio amico Bud Spencer (nome d’arte dell’attore Carlo Pedersoli che, insieme a Terence Hill, caratterizzò il genere western all’italiana di qualche anno fa, ndr) ebbe tanto successo nel cinema? Perché le scazzottate sembravano realistiche grazie alla bidimensionalità dello schermo del televisore, che impediva di scorgere la profondità delle azioni. Ebbene, la stessa cosa succede con la trasmissione in TV delle partite di calcio, che non consentono di vedere la profondità delle azioni, e con la VAR, che non mostra mai contemporaneamente la partenza della palla con la presenza del fuorigioco dell’attaccante! In più la classe giornalistica è andata sempre più scadendo. Non ci sono più i Gianni Brera, i Nando Martellini, i Giampiero Galeazzi… e neppure i corrispondenti di “90° Minuto” di qualche decina di anni fa».

Quindi anche i telecronisti…
«Certo! Ha fatto caso al volume della voce dei telecronisti? Sembriamo diventati un popolo di sordi, noi telespettatori! E anche le parole usate, spesso enfatizzate ed estremizzate con esagerazioni, paradossi esagerati, superlativi inopportuni e congiuntivi omessi… Altrettanto spesso elimino il volume quando vedo le partite in TV. Sembrano tutti in crisi di autoaffermazione del proprio io, i telecronisti. Non parliamo poi degli opinionisti, spesso questuanti regole grammaticali perse in gioventù…».
E ancora…
«La partita viene interpretata attraverso la visualizzazione di un fallo, di una simulazione dello stesso, di una posizione che non sempre avalla la realtà. Si giudica per minuti una situazione ma non il contesto in cui è avvenuta nel corso di un’azione. Oggi si esaspera il gioco in orizzontale o all’indietro e persino la cosiddetta “ripartenza dal basso”, che tanto espone la difesa a subire attacchi micidiali. Passando il pallone all’indietro, invece dei 50 metri necessari per arrivare alla porta avversaria ne devi fare almeno 60: un colpo di genio! Una novità, a mio parere sicuramente più utile, potrebbe essere una punizione per i simulatori.
Non se ne può più di atleti, sic!, che si buttano per terra senza contatto fisico con l’avversario e che si contorcono come se gli avessero sparato… La soluzione? Una conferenza stampa degli arbitri per spiegare come questo comportamento sia antisportivo e che illustri la sanzione dell’ammonizione e dell’espulsione per 15 minuti dal gioco per chi commette questa scorrettezza. Non so se possa costituire la panacea a tutti gli interventi “falsi” ma almeno proviamoci: il pubblico merita rispetto!».
Dopo aver “sistemato” gli allenatori e i calciatori, non oso chiederle dei tifosi…
«I tifosi purtroppo restano suggestionati da tutti i problemi creati dalle categorie di cui le ho parlato finora. Pensi che di una partita giocata bene dalla propria squadra al tifoso medio di una partita resta in memoria l’episodio di un rigore negato, o di un fuorigioco di pochi millimetri, e non il godimento di 105 minuti di spettacolo. E comunque il tifoso medio si illude che i campionati vengano decisi in campo e invece sono i fatti societari che ne determinano il vincitore…».
Quale allenatore avrebbe preferito per la Nazionale italiana, a questo punto?
«Mi sarebbe piaciuto tanto Claudio Ranieri, che non solo ha fatto un miracolo con la Roma nell’ultimo anno calcistico ma è soprattutto un gran signore! Competenza, educazione, equilibrio sono le qualità che lo contraddistinguono e sarebbe stato perfetto come commissario tecnico».
E invece è stato nominato Gennaro Gattuso! Che ne pensa?
«È stata una scelta “furba”, fatta dai soliti soloni che riescono a non risolvere il vero problema. Auguri, comunque, a Gattuso, il cui curriculum non pensavo potesse farlo nominare. E auguri anche a Pierluigi Buffon, che è stato l’unico ad aver detto: “Se non riusciamo ad accedere al prossimo mondiale vado via io per primo!”. Speriamo di vederlo ancora per almeno 12 anni, cioè per 3 mondiali… Ad maiora!».
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