

Intervista all’Ammiraglio Fabio Ghia
L’azzurro della vita
Ci accoglie nel suo appartamento con due azzurri accattivanti: l’uno, quello del mare di Marina di San Nicola che prorompe da una finestra posta all’angolo del soggiorno, l’altro, quello dei suoi occhi, profondi come le distese marine solcate dalle navi al suo comando. La semplicità e la cordialità sono le prime qualità che Fabio Ghia, ammiraglio Fabio Ghia, ci mostra nell’issare metaforicamente le vele dell’intervista.
Con un sorriso sornione si scusa con il sottoscritto e con il direttore del blog, nonché compagno di scorribande giornalistiche, Pino Riccardi, perché il televisore resta acceso: trasmettono la “Louis Vuitton Cup”, regata velica di fama mondiale nella quale si sta cimentando l’italiana Luna Rossa e la vela è una delle sue passioni più care. Il motivo per il quale ci concede l’intervista è il legame con Marina di San Nicola, sua residenza e sede “fisica” del blog, ma l’occasione è troppo ghiotta per non rivolgergli “qualche” domanda di politica italiana e internazionale. Formatosi all’Accademia navale di Livorno, quale Ufficiale di Marina ha comandato diverse unità, impegnandosi in molteplici missioni umanitarie e azioni militari in tutto il mondo. Ha operato presso il Comando Supremo Interalleato (SHAPE), in Belgio, svolgendo poi molteplici incarichi di Stato Maggiore.

Dal 1995 al ’97 è stato Comandante della Nave a vela “Orsa Maggiore”, impegnata nel giro del mondo, partecipando a regate oceaniche e vincendo la Transpacifica 97.
Per tre anni è stato in servizio presso la Presidenza della Repubblica, nello staff del Presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Dal settembre 2001 ha svolto l’incarico di Addetto militare presso l’Ambasciata d’Italia a Tunisi. Nel 2009 è stato collocato nella Riserva della Marina Militare con il grado di Contrammiraglio. Tra le tante attività post militari, Fabio Ghia, in qualità di giornalista, scrive editoriali e articoli per diverse riviste ed è autore di diversi libri.
Sul transatlantico della politica
Fabio Ghia è stato un fine politico con una formazione iniziata nel MSI di Almirante, del quale ha seguito tutte le vicissitudini, passando da Alleanza Nazionale per giungere al Partito delle Libertà. Iscritto a Italia Futura, associazione politica italiana fondata nel luglio del 2009 da Luca Cordero di Montezemolo e vista dal nostro intervistato come uno sbocco naturale del centrodestra, si è defilato lasciandosi attrarre, per pochissimo, dal Movimento 5 Stelle, dal quale ne è uscito subito per sbarcare in una sorta di pragmatismo neoliberale con ancore socialiste…

Nel suo libro “Cambiamenti geostrategici del nuovo ordine mondiale” (Europa Edizioni 2023), definisce “cimitero” il Mediterraneo in relazione ai flussi migratori dall’Africa: esiste a suo parere una soluzione?
«Bisognerebbe cambiare totalmente l’approccio con il fenomeno migratorio, optando per una soluzione di scuola liberista. Mentre stiamo parlando, in Africa ci sono 60 milioni di migranti che premono per spostarsi dalla loro nazione per questioni di povertà, di salute, di politica, di ricongiungimento familiare… Se in Italia ne sbarcassero 200 mila, per esempio, dovremmo essere “contenti” perché non sono 60 milioni.
Dovremmo agevolare chi realmente vuole entrare e vivere in Europa, e penso che anche la presidente Giorgia Meloni stia abbracciando questa idea.
Le faccio un esempio: in Canada non c’è il problema immigrazione, eppure vive di immigrazione. Perché? Perché apre delle scuole nei vari Paesi poveri dove insegna la lingua inglese e forma dei bravi lavoratori, i migliori dei quali saranno scelti per andare in Canada. In questo modo coinciderebbe l’ipotetica domanda di forza lavoro con l’ipotetica offerta, realizzando un ottimo sostenibile. E comunque non esiste la “lotta” all’immigrazione clandestina ma la regolarizzazione con metodi naturali, cioè la selezione meritocratica da parte delle nazioni bisognose di determinate categorie lavorative, formate ed educate».

La cultura e gli “ismi” nei Paesi arabi
In che consistevano le sue missioni di guerra?
«Gli italiani sono sempre benvisti perché, sebbene militari, portano aiuto e pace in tutto il mondo. Durante una missione umanitaria in Somalia, al comando del cacciatorpediniere “San Giorgio”, si verificò uno strano episodio. La popolazione locale era stata informata preventivamente che avremmo distribuito viveri e prestato assistenza sanitaria a chi ne avesse avuto bisogno. Una volta accorremmo in aiuto di una tribù somala vittima di predoni che le stavano rubando i nostri viveri. Dopo qualche scambio di proiettili, i predoni si dettero alla fuga portando con loro i cibi rubati e uno di questi uomini, armato e con una bottiglia di olio in una mano, si stava avvicinando a noi.
Detti l’ordine di “neutralizzarlo” ma il militare incaricato di farlo mi disse: “Comandante, ma posso io uccidere un uomo per una bottiglia di olio?”. Effettivamente aveva ragione e così ritirai l’ordine. Questo per farle capire lo spirito delle nostre missioni».
Nazionalismo, radicalismo, autoritarismo… Sono termini attribuibili alla realtà araba?
«Con il suffisso “ismo” ci sono tanti vocaboli ma le posso rispondere che non sempre il significato negativo che noi occidentali associamo a loro sia giustificato. Dopo qualunque rivoluzione in qualunque paese arabo, lei ha mai visto instaurarsi un regime democratico con regolari elezioni…? Per esempio, in Tunisia vige una repubblica presidenziale il cui presidente, Kaïs Saïed, ha ottenuto il potere nel 2019 con un colpo di Stato e poi lo ha rafforzato con un referendum molto controverso nel 2022. Sa qual è la professione di Kaïs Saïed? Professore universitario di diritto costituzionale! Secondo lei Kaïs Saïed non sa che cosa significhi “democrazia” o tale forma di governo non rientra nella sua cultura? O non sa che il nazionalismo è una leva molto forte per mantenere l’ordine nel popolo tunisino?».
In Italia
In Italia si parla spesso di sovranismo. Che ne pensa?
«Se in Tunisia, come in altre realtà del mondo, posso giustificare culturalmente il nazionalismo o l’autoritarismo governativo, nel nostro Paese sono profondamente democratico e non tollero gli estremismi, e neppure gli eccessi della democrazia. Non viviamo isolati e quindi dobbiamo tener conto del contesto internazionale in cui viviamo. Sono molto europeista, al riguardo, e credo che non ci sia più spazio per i sovranismi nel nostro continente».
Quali sono le debolezze dell’Unione europea?
«Ci sono delle frange politiche, sia a sinistra che a destra, che insistono sulla povertà intellettuale della massa. Questo succede in Italia come in altri Paesi europei. Un’espressione tipica di questa distorsione è il populismo, spesso legato a un falso sovranismo».
I giornalisti sono una minaccia per il governo?
«Innanzitutto comincerei con il distinguere tra la Meloni Presidente del Consiglio e la Meloni capo di Fratelli d’Italia. In quest’ultima veste non ha problemi con i giornalisti, perché può essere libera di dire tutto ciò che pensa. Come Presidente del Consiglio, invece, tiene a che le tre forze governative si presentino unite davanti ai problemi del Paese. Per questo motivo non si sbilancia mai, contrastando apertamente le forze di coalizione. Non dimentichiamoci che Giorgia ha frequentato la scuola Berlusconi ed è stata nominata da lui Ministro per la gioventù. E la gioventù di allora costituisce lo zoccolo duro dei suoi elettori attuali».
Che fine hanno fatto i “duri e puri” con Giorgia?
«Li ha dimenticati, sono cambiati i tempi e non c’era più motivo per la loro esistenza e, soprattutto, non erano più funzionali per le sue velleità politiche. La Meloni non rinnega quel periodo ma lo relega a storia dell’Italia, quindi passato, e anacronistico per qualunque tentativo di restauro nella società attuale».
In Tunisia
Dal settembre 2001 è stato Addetto militare presso l’Ambasciata d’Italia a Tunisi e poi ha ricoperto diversi incarichi e presidenze presso associazioni e istituzioni locali.
Quanto conosciamo della Tunisia?
«Dopo l’attentato alle “Twin Towers” su “Le Temps”, il giornale francofono più diffuso in Tunisia, apparve un articolo dal titolo: “Finalmente l’Occidente capirà che cosa significa combattere il terrorismo islamico”, firmato da Ben Ali, il presidente della Repubblica! Nell’articolo Ben Ali dichiarava che da tempo stava combattendo le frange islamiche radicali, molte delle quali parteggiavano con lo Stato islamico. Così ho capito che gli occidentali hanno una visione molto diversa dalla realtà dei Paesi arabi, limitandosi spesso a condannarli senza conoscerli. Eppure le radici culturali sono comuni, sono mediterranee. Non quelle religiose, purtroppo…».
Quali erano i suoi impegni in Tunisia, in sintesi?
«Ho trascorso 23 anni in Tunisia come addetto militare e altri 20 come presidente dell’Associazione famiglie degli immigrati, impegnandomi a rimpatriare in Italia i figli di madri italiane rapiti dai mariti tunisini. Il problema era molto sentito in Italia, e, grazie anche alle mie conoscenze, spesso riuscivo a riportare i bimbi dalle loro madri. Poi il presidente Kaïs Saïed ha emanato una legge che formalizzava questo istituto e così ho lasciato il mio impegno volontario in Tunisia. Comunque considero la Tunisia una seconda patria, è veramente una terra piena di fascino».
C’è qualche motivo che l’ha particolarmente affascinata della Tunisia?
«Sin dalla prima volta che sono andato alla Medina di Tunisi – era il 2001 – mi è sembrato di rivivere la Napoli degli anni 50/60, con la sua vita sociale. Per esempio c’erano gli sciuscià che pulivano le scarpe a ogni angolo di strada. Così come per la strada era frequente vedere crocchi di donne che parlavano, come usa nei bassi di Napoli».
Ancora politica italiana
Almirante, Fini, Alemanno, Meloni, Berlusconi: lei dice, in una intervista, “…sono riusciti a saturare negativamente le mie aspettative”. Perché?
«Io non sono un politico e ogni volta che ho provato a “farli ragionare” sono stato sempre respinto, perché andavo a minacciare quegli equilibri faticosamente raggiunti da loro. I politici veri vanno a cercarsi i “clienti”, non sono populisti, non dicono ciò che fa comodo agli elettori in genere. L’unico che ho continuato a stimare, veramente, è stato Almirante, perché ha avuto il suo progressivo cambiamento, ha maturato visioni e decisioni con sano pragmatismo. Per esempio riconoscendo le persecuzioni razziali ma anche la storicità del Partito fascista».
E con Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo?
Mi avvicinai con la viva speranza che fosse un movimento attento alle politiche giovanili ma quando mi accorsi che l’unico interesse era verso le attività imprenditoriali a scapito del sociale… me ne allontanai».
E con il M5S?
Anche lì fuggii deluso, principalmente da Beppe Grillo. Avevo creduto nella natura liberale del movimento ma mi accorsi ben presto che stavo ricadendo nel populismo e nel sovranismo antieuropeista».
Dopo tutte le “fughe” dai partiti, potrebbe essere arrivato all’anarchia? Oppure conserva un suo ideale politico?
No, non sarò mai un anarchico. In questo momento mi sento meno lontano da Forza Italia, se non altro perché tra i suoi principi c’è quello liberale. Certo, se fosse anche un po’ socialista… Comunque la Meloni sta portando avanti il progetto di Forza Italia e di questo sono molto contento».
Che pensa del generale Roberto Vannacci?
Aver detto che le minoranze alzano troppo la voce è una constatazione ovvia. Ritengo che la radicalizzazione di questo pensiero sia un esercizio populista che non apprezzo, anche perché proveniente da un militare».
Le guerre
Esiste una soluzione per la questione palestinese?
«Golda Meir (ucraina naturalizzata israeliana, prima donna a guidare il governo in Israele, ndr) si definiva palestinese prima ancora di essere ebrea. “Io sono ebrea – diceva – perché appartengo al popolo di Dio che ha detto che Israele è la vostra terra e il vostro popolo. Ma Israele si chiamava Palestina…”. Poi i palestinesi sono stati respinti un po’ da tutti, arabi inclusi. Ora Hamas vuole conquistare Gerusalemme. Per me l’unica soluzione è “una sola terra per due popoli”, con un governo da eleggere democraticamente, cosa che potrebbe spaventare Israele, meno popolata rispetto alla Palestina, ma è anche vero che ci sono tanti ebrei nel mondo con doppio passaporto, quindi un bacino di voti importante. Soluzione che potrebbe spaventare anche gli altri Paesi arabi, che hanno mire economiche sul territorio e non vogliono che si raggiunga una pace. Comunque il problema principale, anche in questo caso è la radicalizzazione delle posizioni. La maggior parte dei palestinesi e degli ebrei sanno che possono vivere insieme benissimo».
Esiste una soluzione per la guerra portata dalla Russia in Ucraina?
«Putin vuole ricostruire il grande impero ma non quello sovietico, bensì quello precedente degli zar. Finché Putin sarà al potere, non desisterà da questo intento. A meno che l’Europa non appoggerà in pieno l’Ucraina, favorendone la penetrazione in territorio russo. In tal modo si creeranno le condizioni per un compromesso. E comunque gli eventuali successori di Putin non continuerebbero la guerra, perché il popolo russo non è interessato all’Ucraina. E poi con tutte le morti che ha causato finora…».
Se l’Ucraina la chiamasse per un contributo bellico, accetterebbe?
«Mai! Sono stato un uomo di guerra ma voglio la pace… Piuttosto organizzerei 2000 soldati disarmati da frapporre ai belligeranti…»
Fabio Ghia e Marina di San Nicola
Perché ha deciso di trasferirsi a Marina di San Nicola?
«Per vivere qui ho rinunciato ad abitare a Roma. Ho acquistato questo appartamento grazie a un’asta giudiziaria, facendo un affare. Ma il vero affare è potersi affacciare dalla finestra e vedere il mare…».
Che cosa apprezza della cittadina?
«Per prima cosa la privacy di cui si gode qui, cosa inimmaginabile a Roma. E poi le bellezze naturali che confermano il rapporto bellissimo con l’ambiente che ci circonda. Immagini di fare una passeggiata sul lungomare di inverno, il profumo del mare mosso che inebria le narici, la brezza marina che ti avvolge completamente, il bianco della schiuma delle onde che fa pensare a cromie lontane nel tempo, la risacca che dolcemente ci fa ricordare ma anche sognare… E poi, le sembrerà strano, ma passeggiare per Marina di San Nicola con il mio cane tibetano, che mi aveva seguito dalla Tunisia, non aveva prezzo… Mi era venuto incontro in un mercatino e mi aveva scelto… Non sapeva che io stavo cercando proprio un cane… E poi Marina di San Nicola è depositaria anche di monumenti, testimonianze e tanta, tanta storia…».
Un’ultima domanda o, meglio, una curiosità: sulle sue braccia sono visibili dei tatuaggi e… risalgono alle sue missioni militari?
«Nooooooooo, era vietato per noi avere segni di riconoscimento (ricordiamo che l’ammiraglio è stato a contatto anche con i “servizi” della NATO che, notoriamente, esortano a evitare simili segni di riconoscimento, ndr), i tatuaggi sono un ricordo delle regate transoceaniche… Del resto il tatuaggio nasce dai marinai come ricordo dei tanti bei posti che il mondo ci offre».
Si congeda così, Fabio Ghia, con un sorriso accattivante, il sorriso di chi ha attraversato tanti mari, in bonaccia ma anche in burrasca. E ora è approdato a un’isola felice…

Le interviste di Roberto Castellucci: Bruno Amatucci ; Crescenzo Paliotta ; Fabio Ghia ;
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