Come in tutte le terre di mezzo qui la storia ha fatto segnare alti e bassi, momenti di gloria alternati a momenti di totale abbandono. Dei 2500 anni di storia passata rimangono tutt’ora segni importanti, come pure rimangono lembi di territorio preziosi per la loro valenza ambientale. Nella zona denominata Monteroni, dove inizia una vasta pianura che arriva fino a Santa Severa, si ergono alcuni dei tumuli più grandi della potenza etrusca (il toponimo Monteroni deriva proprio dai tumuli, come i “montarozzi” nell’analoga zona della necropoli di Tarquinia). Lì passerà il tracciato dell’antica Via Aurelia, una delle più importanti tra le vie consolari, che da Roma arrivava fino in Francia. E sempre ai Monteroni, ad una giornata di cammino per chi partiva da Roma fu costruita una delle più importanti stazioni di sosta. E’ il Castellaccio, sorto nella seconda metà del ’500 su una preesistente “stazione di sosta” di epoca romana.
Dalla sommità del Castellaccio si può vedere il mare e proprio di fronte, in linea retta verso la costa si vede il bellissimo Castello Odescalchi di Palo, nato prima come semplice rocca tra il 1100 e il 1200, anche questa su una preesistenza di epoca romana. Rocca diventata poi uno dei più belli tra i castelli d’Italia con gli ampliamenti del 1600 e del 1700, il primo ad opera degli Orsini e il secondo ad opera di Livio I Odescalchi. Vicino al Castello Odescalchi il Borgo, abitato fino al secolo scorso dai pescatori, dai contadini e dagli scudieri al servizio del Principe, a sud la magnifica Posta Vecchia, la villa nata per ospitare i Papi e i Nobili in viaggio per il porto di Civitavecchia. Alle spalle del Castello Ladislao e Baldassarre Odescalchi crearono nell’800 un magnifico parco-giardino, che negli anni ha ricoperto lo spazio pianeggiante tra il mare e la linea ferroviaria, lo stesso spazio che nei secoli aveva visto battaglie e grandi accampamenti militari. Come quello del 1849, quando i francesi sbarcati a Civitavecchia ne fecero il quartier generale per preparare l’attacco alla Repubblica Romana. Sempre sul litorale, andando verso nord, c’è l’ultimo residuo di macchia mediterranea rimasto tra Roma e la Toscana, un’altro tesoro ambientale dichiarato Sito di Interesse Comunitario. Con il parco-giardino forma una zona verde di 100 ettari distesa lungo il mare, un polmone urbano all’altezza, per dimensioni, di quelli delle grandi città. Nell’entroterra il parco-giardino e la macchia sono limitati, e in parte anche “attraversati” dalla linea ferroviaria Roma-Civitavecchia, uno dei primi tratti ferroviaria italiani, realizzato nel 1859. Non c’era ancora la nuova città di Ladispoli e la stazione territoriale fu posta a Palo Laziale, proprio all’altezza del Castello Odescalchi allora visibile per chi passava in treno. Fatta la nuova stazione a Ladispoli nel 1939, la Stazione di Palo ha perso sempre più importanza ma la struttura dello scalo è rimasta praticamente intatta, secondo il progetto realizzato 160 anni fa. Oggi è un esempio interessante e quasi unico di “archeologia industriale ferroviaria”. Al confine nord di Ladispoli altre zone di interesse naturalistico: le “secche” nelle acque antistanti i resti di Torre Flavia e la palude, anche questa chiamata con il nome della torre che, fino al 1943, si ergeva maestosa dopo la ristrutturazione di Flavio Orsini nel XVI secolo. Da quell’intervento fu chiamata appunto Torre Flavia: faceva parte del sistema costiero di torri e fortezze che, poste a vista una dall’altra, davano l’allarme, con il fuoco acceso sulla sommità, per il pericolo che poteva venire dal mare. Anche le secche, che offrono ancora oggi stupendi scenari sottomarini, con una fauna unica per il litorale a nord di Roma, sono un Sito di Interesse Comunitario, il secondo per Ladispoli dopo la macchia mediterranea di Palo, a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro. La palude è stata invece dichiarata un Monumento Naturale, residuo di più vaste zone paludose che erano non solo a sud ma anche a nord dell’attuale Ladispoli.
Tra i due siti, vincolati e protetti per la loro storia e per la loro natura ambientale di alto pregio, c’è l’abitato di Ladispoli, fondato (anzi “inaugurato”) il 1° luglio del 1888 come Stazione per i bagni di mare e cresciuto fino ad essere oggi, con 45mila abitanti, uno dei più grandi centri del Lazio. Alla “Stazione per i bagni di mare”, ricca di palazzine e villini Liberty della fine dell’800 e dell’inizio del ’900, si sono aggiunte, e spesso sovrapposte per ondate successive, l’edilizia più semplice e spartana del dopoguerra degli anni ’50 e poi quella prepotente ed invasiva dei palazzoni del boom economico degli anni ’60 e ’70. Con il risultato che l’abitato è un mix di stili, di altezze e di edifici che non sembra certo uscito da una ordinata pianificazione urbanistica.
Questa è Ladispoli: torri, castelli, resti di fastose ville romane alternati a palazzi di 8-9 piani.
Tramonti di fuoco con il rosso che si proietta e riflette su una spiaggia nera di magnetite. Giardini e boschi secolari, segni di antichi fasti principeschi, a confine di un abitato che oggi ha una delle più alte concentrazioni di abitanti per km-quadrato del Lazio. E quindi Ladispoli è tutto meno che un luogo comune, come purtroppo è stata fatta passare negli anni ’80, quando andare “alladispoli” sembrava essere una cosa banale, di riserva e una seconda scelta rispetto ad altre più prestigiose. Ma tanto banale questa città e questo territorio non devono essere, se registi come Rossellini, De Sica, Blasetti, Matarazzo, Soldati, Monicelli, Risi, Huston e più recentemente Benvenuti, Vicari, Guerrieri, Faenza, Placido, Garrone hanno deciso di ambientare qui scene importanti dei loro film.
E’ stato ed è proprio Roberto Rossellini a spiegare, a chi ci abitava e anche a chi ci abita ora, il fascino semplice di questo luogo particolare: “…abitavo a Ladispoli, un bellissimo paese sul mare…. la piazza del paese era un’immensa arena bruciata dal sole e battuta dai venti, una non piazza in realtà, un semplice spazio per permettere al cielo di giocare con la terra”. Crescenzo Paliotta