
Bruno Amatucci intervistato da Roberto Castellucci
“Senza andare mai in… fuorigioco!”
Lo incontriamo nella sua villetta estiva, immersa nel verde di Marina di San Nicola e arredata con un gusto particolare, che gli consente di alternare ricordi di tante avventure culturali e professionali a oggetti tipici marinareschi: Bruno Amatucci è una persona tutta da scoprire, dal momento che il personaggio è ormai noto in tutto il mondo. Toh, un minaccioso scafandro che spunta da un angolo, un mappamondo sul tavolo che rappresenta terre antiche ancora poco emerse, e che dire di uno splendido casco da palombaro utilizzato come lampadario? E libri che spuntano da ogni dove… Persino le colonnine che sorreggono una vetrata sembrano messe lì di proposito non per sostenere la struttura ma per offrire posto a preziosi testi.
«Marina di San Nicola rappresenta il sogno che ho sempre inseguito sin da piccolo, quando mio padre ci portava in carrozza a Scauri in villeggiatura. Mi piaceva e mi piace tuttora il mare, che per me ha un significato di sesso, perché il mare lo penetri, la montagna no, perché ti fai male…».

Tradisce da subito, Bruno Amatucci, la sua vocazione di battutista.
A volte spiazza, lasciando l’interlocutore a riflettere spasmodicamente per cogliere un nesso che sicuramente c’è, dietro le sue parole, ma che non è, nell’immediato, alla portata di tutti…
«…il mio sogno è sempre stato quello di avere una finestra che si affacciasse sul mare, sull’infinito… Qui, inoltre, abbiamo la fortuna di camminare sulla storia, c’è la villa di Pompeo con mosaici e intarsi molto importanti, la villa di Paul Getty sotto la quale è stata scoperta una città stupenda che sembra Roma, l’interessante Castello Odescalchi. Come non citare, poi, l’Oasi di Palo laziale del WWF? Un polmone verde che ti inebria di ossigeno e di aromatici profumi della natura…».
Le sue battute sono ineluttabilmente preannunciate da un forte accento romanesco, alternato a un perfetto italiano quasi a voler creare un chiaroscuro umoristico nel discorso…
«…ho ripetuto il secondo anno del liceo classico (quando ancora si chiamava “quinto ginnasio”, ndr) perché all’insegnante di greco, che chiedeva spiegazioni sul fatto che mi avesse visto appartato con una ragazza a Villa Borghese, mia madre, convocata urgentemente a scuola, rispose: “Professore, sono di Palermo, lei avrebbe dovuto preoccuparsi se lo avesse visto appartato con un maschio!”. Pur avendo ottime votazioni in tutte le materie, fui bocciato con 5 in greco!».
Eppure aveva una familiarità con il classicismo…
«Certo, mio nonno partecipò alla redazione del “Lexicon Recentis Latinitatis”, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana negli anni novanta, che era un vocabolario di latino che con etimi antichi traduceva termini moderni. Qualche esempio? Se andassimo al thermopólium (il bar) per prendere una pótio cafaeária (il caffè), dovremmo pagare aequíssima partítio (fifty-fifty). Il tabernae potoriae minister (il barista) potrebbe chiederci se vogliamo anche una gélida sorbítio (il gelato) per incrementare la sua pecunia argentária (il conto in banca) perché il bruttianorum praedōnum calabriensis grex (la ‘ndrangheta) pretende la largítio quaestuōsa (il pizzo), altrimenti mi butta nel negotium (il negozio) una pyrobolus manualis (la bomba a mano). Proprio a riconoscenza di quanto sopra, a Roma una traversa di via Portuense è stata intestata ad Aurelio Amatucci, latinista».

Ha continuato poi gli studi…
«Dopo la laurea in Giurisprudenza, anziché fare subito il tirocinio per diventare avvocato, sono andato in tournée con il mio maestro di sassofono, un componente dei Rockers, la band di Peppino di Capri. Una volta, a Riccione, negli anni cinquanta, Peppino, allora non molto famoso, era stato ingaggiato per cantare e il teatro era pieno perché dopo si esibiva Alighiero Noschese. Era stato pagato poco ma aveva il bar gratis e quindi passava lì il suo tempo. Siccome era un po’ brillo, il mio maestro mi chiese di cantare al suo posto, benché non fossi capace. Aggiunse che siccome tutti stavano pomiciando nessuno mi avrebbe ascoltato e così mi convinse a esibirmi. Mi divertii tantissimo, perché al tempo la musica era musica, le canzoni non erano né urlate né biascicate».
Giornalista, scrittore, conferenziere e… what else?
«Dopo la laurea ho cominciato a lavorare all’Olivetti, poi mi hanno chiamato all’IBM. Nel frattempo, siccome avevo avuto due figlie, ho pensato bene di prendere la laurea in Psicologia. Mi chiederà quale nesso ci sia tra le due cose, immagino… Ebbene, ho studiato Psicologia per cercare di capirle ma… invano! Poi sono passato alla STET, finanziaria dell’IRI e proprietaria della SIP, della SEAT Pagine gialle e della Telespazio».
Come è diventato giornalista?
«Quando stavo alla STET, ogni tanto davo una mano alla Federcalcio che mi ricambiava invitandomi in tribuna d’onore alle partite della Lazio. Lì spesso facevo battute sulla partita e sui protagonisti dell’incontro e così un giorno un signore che mi sedeva vicino mi chiese: “Ma lei perché non le scrive le sue battute?”. Era il caporedattore sportivo de L’Avvenire e così cominciai a scrivere per il prestigioso quotidiano cattolico. La collaborazione durò 15 anni e mi permise di girare il mondo, anche laddove non riuscivo con il mio lavoro principale».
Segue ancora la sua Lazio?
«Il calcio è cambiato tanto e con Sarri la Lazio ha cominciato a costruire il gioco “dal basso”: niente di più illogico, lo scopo è di fare goal nella porta avversaria, non farlo segnare nella propria… Da allora evito di stare in tensione aspettandomi un goal nella “mia” porta in ogni momento!».
Seguirà le altre partite…
«Il calcio visto in TV è fuorviante e le spiego il perché. Anni fa il mio amico Carlo Pedersoli (Bud Spencer, ndr) mi disse che era grazie alla telecamera che poteva recitare tutti quei pestaggi dei film. La telecamera non ha profondità, appiattisce tutto e dà l’illusione della tridimensionalità. Così avviene anche nel calcio e in particolare con la VAR, che non fa mai vedere simultaneamente quando parte il pallone e la situazione di fuorigioco. Il calcio antico è finito. Sono finiti anche i presidenti italiani, che non possono competere con i ricchi arabi… Sono finiti anche i grandi campioni di una volta… Per me i grandi erano Baggio, Del Piero, Rivera, Amatucci… A proposito di quest’ultimo, in una riunione della FGCI sull’antidoping, presentai Gianni Rivera come il secondo centrocampista più forte del calcio italiano. Il celebre Golden Boy, sorridendo, aggiunse “dopo di te!”».

Il suo nome è legato a un episodio della nostra Nazionale di calcio che è passato alla storia…
«Correva l’anno 1982 e la Nazionale italiana era impegnata nei campionati mondiali di Spagna. Il nostro allenatore, Enzo Bearzot, non era benvisto dalla critica sportiva, soprattutto perché riponeva molta fiducia nel calciatore Paolo Rossi, a dispetto di tutti. Inoltre la squadra, con eccezione del capitano Dino Zoff, era in silenzio stampa per essere protetta proprio dalle critiche. Ebbene, alle 2,30 della notte precedente alla partita con l’Argentina, incontrai Bearzot in albergo e lo convinsi a far marcare la stella della squadra sudamericana, Diego Armando Maradona, dal difensore Claudio Gentile anziché dal centrocampista Marco Tardelli. “Se Maradona va in bagno, tu, Claudio, va’ con lui!”: questa frase, pare pronunciata da Bearzot, esprime metaforicamente la variante tattica che permise la neutralizzazione dell’argentino. Il successo fu tale che la mossa si ripeté successivamente con l’altro campione brasiliano, Zico. Il giornalista Roberto Renga, nel suo libro “Ho ballato con Mandela” (Absolutely Free Editore, 2010), scrisse “…non so con quali armi segrete Amatucci sia riuscito a circuire il tecnico ma è sicura una cosa, la mossa, accettata da Bearzot mentre cominciava ad albeggiare, è stata decisiva. Si occupò della misteriosa opera di seduzione anche l’Unità e il direttore chiamò Amatucci per complimentarsi, il giornale dei comunisti che elogia L’Avvenire…”».
Il miracolo non fu ripetuto a Italia ’90…
«In quei mondiali facevo parte del cerimoniale e, in occasione della semifinale disputata tra la nostra nazionale e quella argentina, avevo scongiurato di non farla giocare a Napoli, dove sarebbe stato forte il tifo locale per Maradona. Inoltre volevo chiedere al presidente della FIGC Antonio Matarrese di far giocare in porta Stefano Tacconi anziché Walter Zenga e di far scendere in campo Gianluca Vialli al secondo tempo e non come titolare, perché rientrava da un infortunio. Ma quando mi avvicinai all’albergo di Matarrese fui respinto con mio grande disappunto dai militari di guardia perché era impegnato con il presidente argentino. Della Repubblica argentina! Sappiamo tutti come finì quella partita (vinse l’Argentina ai rigori, ndr)».

Quali sono i suoi rapporti con i “cuginetti” romanisti?
«Una volta un mio amico, tifoso della seconda squadra della capitale e che aveva avuto sicuramente un’infanzia difficile, mi disse che avremmo potuto noi chiamarci “Roma”, anziché Lazio, dal momento che eravamo stati la prima società calcistica a costituirsi. Risposi che Roma è una parte del Lazio… Per il resto, mai avuto rapporti con la Roma se non con Dino Viola, presidente negli anni ottanta, con il quale, nel 1984, vidi insieme e abbracciati la finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool (vinta dalla squadra inglese ai rigori, ndr). Fino a qualche tempo fa tifavo per tutte le italiane, in Europa, persino per la Roma…».
Parliamo di Bruno Amatucci scrittore…
«Ho scritto tantissimi libri ma voglio ricordare con piacere il primo, “Il calcio a fumetti” (Edizioni Paola, con la prefazione di Enzo Bearzot, 1981). Presentava una formula particolare, foto reali di scene di gioco con le tipiche nuvolette che contenevano i dialoghi. Dato il successo Il libro è stato tradotto in inglese e in cinese. Mi piaceva l’idea che il pubblico conoscesse i regolamenti del gioco calcio. Pensi che ho da sempre chiesto alle Autorità preposte che tutti i partecipanti al gioco del calcio sostenessero un esame per conoscerne le regole… Mi piace ricordare anche “L’Italia nello spazio prima e dopo Sirio” (Fratelli Palombi Editore, 1978), scritto con il grande Luciano Ragno, responsabile delle pagine scientifiche de “Il Messaggero” ed entrato in finale al Premio Viareggio come opera prima scientifica».
A tal proposito, mi risulta che lei sia stato nominato carabiniere benemerito…
«Mi hanno nominato carabiniere benemerito perché nel 1992 ho scritto il “Codice della strada a fumetti”. Nella circostanza, andai a parlare con Paolo Mieli, allora direttore del Corriere della Sera. Mi chiese quante copie avrebbe dovuto tirare per allegarle al quotidiano. Alla mia risposta, due milioni e mezzo, mi diede “del matto”. Io sapevo che i patentati in Italia erano tanti e sapevo quello che dicevo. Inoltre avevo pubblicizzato l’iniziativa su RAI2, dal mio amico Alberto Castagna che allora leggeva il TG.
Mieli mi concesse un milione e mezzo di copie ma, nel giorno della pubblicazione, il quotidiano fu esaurito alle 7.30 di mattina! Il giorno dopo Mieli si scusò con me. Pensi, Paolo Mieli! E così mi propose di scrivere un libro, sempre a fumetti, sulle nuove regole del pensionamento. Questa volta le copie tirate furono 12 milioni e allegate in tutte le riviste e i giornali del gruppo editoriale… Ovviamente anche queste andarono esaurite! Poi fu la volta della “Costituzione a fumetti”, per la quale fui addirittura ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Tra l’altro sono stato nominato commendatore della Repubblica italiana per meriti culturali».
E… chi è la vittima del suo giallo “Omicidi in FM. Modulazione di frequenza” (Z!NES Editore, 2012)?
«Attraverso un escamotage letterario, gli “enigmi di logica laterali” e cioè misteri risolvibili non in base a tradizionali schemi deduttivi ma secondo ragionamenti contradditori, ho realizzato un accorato e stridente j’accuse nei confronti del mondo della comunicazione, colpevole di quell’annichilimento e di quello svilimento proprio dei tuttologi che stanno, oggi, uccidendo la lingua italiana. Indro Montanelli mi disse che sul comodino ogni italiano dovrebbe avere, oltre alla Bibbia, il dizionario italiano e leggerne una pagina al giorno…».
…e di Amatucci in televisione.
«Sono tanti gli episodi che mi legano alla nostra TV. Ricordo che nel 1977 fui invitato alla RAI da Mike Bongiorno per parlare del satellite SIRIO, prodotto dalla STET, azienda per la quale lavoravo, che era stato da poco inviato nello spazio. Per illustrare meglio ai telespettatori il progetto, portai negli studi un modellino del satellite. Dopo 6 rigorosi minuti di esposizione concessimi, Mike mi chiese di seguirlo in camerino perché aveva altre domande da pormi. Mentre parlavamo entrò una signora con un foglietto e lui, dopo averlo letto, mi fece i complimenti perché avevo avuto più di 27 milioni di ascolti! Persi la voce per l’emozione…».
Ha fatto anche la radio…
«Su Radio2 della RAI tenni una trasmissione nella quale inventai il cocktail del buon umore: “prendete un sorriso, un pizzico di ottimismo e due dita di serenità. Mescolate bene il tutto e sorseggiate lentamente, vedrete che la giornata, anche la più nera, potrà essere affrontata con lealtà, combattuta e vinta!”, e partiva il disco “Gonna Fly Now”, il tema del film “Rocky 1” del 1977».
Ma torniamo alla nostra Marina di San Nicola. Ci risulta che sia lei l’autore del…
«…sì, le ho dato io l’epiteto de “Lo Scrigno del Tirreno”, e sa perché? A differenza di altre località marine italiane definite “la perla di…”, Marina di San Nicola contiene tante perle, brillanti, pietre preziose… e perciò deve chiamarsi lo scrigno!».
E quali sono le perle, a suo parere…?
«Sono 32 anni che sto qui e sono innamorato a tal punto di Marina di San Nicola che il Consiglio d’amministrazione del Consorzio mi ha nominato “consigliere ad honorem”. Pensi, questo è terreno del Vaticano e ci ha dato la concessione di tutta l’area archeologica per restaurare i murales e i mosaici di epoca romana. Per far sì che continui a essere lo “scrigno”, occorre però la compartecipazione di tutti, a prescindere dal merito del presidente Roberto Tondinelli e del direttore Roberto Turbitosi, e in particolare occorre la volontà dei consorziati. Non è un caso che il Consorzio sia durato ben oltre il limite contrattuale imposto in precedenza. La gente si innamora di questo posto, io ho girato il mondo ma non mi sono mai trovato così bene come qui. Sono faziosissimo…».
Quali sono i piaceri che preferisce cogliere, qui a Marina?
«Adoro il mare e già averlo qui a disposizione mi riempie la giornata! Poi mi piace giocare a tressette con gli amici, mentre tramonta il sole all’orizzonte marino… Sa che sono un campione? Sono anche matto con le carte, mi chiamano infatti Pindaro (poeta dell’antica Grecia che scriveva cose apparentemente illogiche, ndr) per le mie giocate strane… Mi piacciono anche gli scacchi ma con il programma che mi hanno installato perderebbe anche Boris Spasskij (famoso campione del mondo russo del passato, ndr)! E poi mi piace incontrare i giovani, che oggi sono migliori di come ero io perché hanno la possibilità di conoscere tanto di più».
Mentre l’intervista volge alla fine, appare Daniela, la vera perla di Amatucci, la premurosa moglie che lo guarda con infinita tenerezza, ricambiata. Bruno, ha un sogno segreto da rivelarci? Che vuol fare da grande?
«Da grande voglio scrivere un libro dal titolo “Bruno e la sua ombra”: la mia ombra si è stufata di venirmi appresso. Ogni tanto mi ricordo che non ho più 18 anni…
Ci regala un’ultima battuta prima di congedarci…
Tempo fa, mentre guidavo, a un signore che attraversava la strada sulle strisce ma in diagonale perché distratto dal cellulare, ho detto dal finestrino: “Guarda che sei un pedone, non un alfiere…”. Si ricordi, una giornata senza un sorriso è una giornata persa».
06/Luglio 2018: Bruno Amatucci conferisce ufficialmente il titolo di “scrigno” a Marina di San Nicola

Le interviste di Roberto Castellucci: Bruno Amatucci ; Crescenzo Paliotta ; Fabio Ghia ;
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