
Francesco Gervasio noto floricoltore
intervistato dal giornalista Roberto Castellucci
Francesco Gervasio noto floricoltore e proprietario del vivaio certificato dalla Regione Lazio GervasioGarden situato sulla via Aurelia nei pressi di Ladispoli , è un esempio illuminante di passione e dedizione nel settore florovivaistico. Con oltre vent’anni di esperienza, ha trasformato il suo vivaio, con 20.000 mq. di coltivazione e 5.000 mq in serre, in un punto di riferimento per gli amanti delle piante e del giardinaggio. La sua missione è quella di promuovere la biodiversità e l’ecosostenibilità, offrendo una vasta gamma di specie autoctone e rare. Francesco Gervasio ispira molti giovani a intraprendere questa carriera, dimostrando che con impegno e amore per la natura si possono raggiungere obiettivi straordinari.
Perché vivaista?
«Per tradizione. Sono nato in questo settore e quindi è stata una conseguenza avvicinarmi al verde, anche se da ragazzi si dice “tutto voglio fare tranne che il lavoro di mio padre”».
A proposito, qual è l’insegnamento che le ha lasciato suo padre?
«Il rispetto, il rispetto per tutto».
Che significa curare il verde in un sito archeologico e, ricordiamolo, siamo in una zona particolarmente interessante sotto questo punto di vista?
«Innanzitutto, curare il verde di un sito archeologico è molto complicato perché non si devono alterare le strutture esistenti. Poi, occorre stare molto attenti a non creare anacronismi, coltivando piante che non esistevano all’epoca».
Quindi dietro la cura del verde, in questo caso…
«Sì, c’è una ricerca molto estesa, che investe la storia, la botanica, l’archeologia e persino la sociologia».
Ci fa un esempio parlandoci del verde in epoca romana?
«Nell’epoca romana, in molti giardini si utilizzavano le piante aromatiche, spesso in un piccolo orto. Comunque, in ogni giardino era presente una pianta da frutto».
C’erano anche altre esigenze, però…?
«Indubbiamente, nelle case più lussuose, appartenenti a famiglie nobili e ricche, si guardava molto all’aspetto estetico. Per esempio, andavano molto di moda le viti basse e le siepi di mirto».
Erano prettamente scelte estetiche?
«No, decisamente no. Le viti davano dell’ottimo vino e il mirto, invece, non era consumato come il moderno liquore dolce, ma era utilizzato per preparare vini aromatizzati e infusi medicinali».
Francesco Gervasio come venivano innaffiate le piante?
«All’epoca ovviamente gli acquedotti erano utilizzati per fornire acqua potabile. C’erano, però, i compluvi, aperture nei tetti che non solo davano luce all’atrio ma, soprattutto, lasciavano passare l’acqua piovana, utile per irrigare le piante».
Torniamo al presente. Lei è originario di Napoli, perché si è stabilito qua a Cerveteri?
«Nel 2000 venni con mio padre per un lavoro ai giardini del sito archeologico sul Colle Palatino, commissionati dalla Sovrintendenza di Roma in collaborazione con quella di Pompei a Colle Palatino. Mi sono trovato così bene che… eccomi qua!».
Vediamo una grande varietà di piante, nel suo vivaio: qual è la difficoltà maggiore della sua attività?
«Qui siamo a bordo mare e quindi il problema principale per le piante è sopportare la salsedine trasportata dai venti, soprattutto quelli portatori di umidità come lo Scirocco e il Libeccio».
Domanda insidiosa: come fanno a sopravvivere i famosi agrumi della Costiera amalfitana, piante che notoriamente soffrono la salsedine?
«Intelligentemente, i coltivatori hanno realizzato delle palizzate di castagno che tirano su soprattutto in autunno e inverno, strutture che impediscono alla salsedine di danneggiare le preziose piante».
La sua azienda vanta il cosiddetto passaporto sanitario: che cosa è?
«Introdotto dal Regolamento UE 2016/2031 in vigore dal dicembre 2019, serve a prevenire la diffusione di organismi nocivi, garantendo la tracciabilità e l’identità sanitaria delle piante nell’Area comunitaria».
Qual è la pianta più venduta nella sua azienda?
«In assoluto è l’ulivo, sia per ornamento che per le… olive!».
Qual è, invece, la pianta più strana disponibile nel suo vivaio?
«La petunia dal fiore nero!».
Non è che usa un colorante…?
«Le confesso che ho provato a usarlo ma non mi viene bene come in natura!».
Il giornalista Roberto Castellucci




